Obiezione di coscienza per i farmacisti?

Pubblicato da Redazione il 30 Ottobre 2007
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Leggo e riporto da Repubblica del 29 ottobre 2007: «L'obiezione di coscienza - ha detto il pontefice - è un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo le scelte chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia.»

Ben detto Benedetto! Sono d'accordo con te. Che l'aborto e l'eutanasia siano immorali, o meglio, siano sempre immorali, è un'opinione soggettiva e, pertanto, discutibile. Ma obbligare un farmacista che li ritiene immorali a "venderli per legge" calpestando il proprio sentire più intimo (si sta parlando di vita e di morte, non di quisquiglie), mi sembra mostruoso. Chi se la sente li vende, chi non se la sente non li vende. Punto. Uno può e deve poter decidere con che cosa guadagnarsi da vivere. E lo stato non può "ordinare per legge" un comportamento tanto intimo e delicato. Tanto, oramai, di farmacisti che ritengono immorale non venderli ce ne sono un po' ovunque. Perché, quindi, obbligare chi crede che sia un omicidio a concorrervi?

Visto che ci sono, personalmente estenderei l'obiezione di coscienza anche agli psicofarmaci, specialmente quelli controversi, come il Ritali e il Prozac, somministrati ai bambini. Se un farmacista in cuor suo li ritiene pericolosi e non giustificati, perché deve obbligatoriamente fornirli?