USA, il Prozac ai bambini

Pubblicato da Redazione il 5 Gennaio 2003
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bimba con prozac in regalo

Lo psicoterapeuta infantile Federico Bianchi di Castelbianco boccia l'uso del famoso antidepressivo per i più piccoli. «Non c'è base scientifica che giustifichi queste scelte. I figli vanno ascoltati, non serve cercare scorciatoie»


La decisione americana suscita critiche

USA, il Prozac ai bambini
«Ma la pillola non educa»

Da Il Giorno del 05 gennaio 2003, di Giancarlo Calzolari

Professor Federico Bianchi di Castelbianco, lei che passa per uno dei nostri maggiori psicoterapeuti infantili, lo sa che hanno approvato in America l'impiego pediatrico del Prozac?

«Ci mancava soltanto questo. È la dimostrazione ormai che tutto è possibile. Il Prozac è un farmaco che è utilizzato per i grandi e che tutti sono ansiosi di impiegare anche sui piccini, i quali, secondo qualche cervello fuori della realtà, hanno bisogno urgente d'antidepressivi».

Perché non è d'accordo?

«Non credo nell'impiego di farmaci per i bambini per diversi e importanti motivi: bisogna tenere presente il fatto che i nostri piccoli per fondamentali motivi di carattere ambientale e sociale manifestano, adesso, esigenze sempre maggiori. Sono sempre più recettivi, e, per motivi che tutti conoscono, assorbono centinaia di messaggi, di sensazioni, di colori, che li rendono più vivaci e dinamici ed anche infinitamente più intelligenti. Gli adulti hanno difficoltà ad educare e contenere i bambini. Per questo molti credono, sperano e si augurano che farmaci come il Prozac, il Ritalin ed altri ancora risolvano questi problemi di maggiore richiesta da parte dei bambini. Tutti, o per lo meno molti credono che esista un qualcosa che deve essere attribuito al bambino e non all'adulto che si deve occupare di loro».

Il mondo insomma sta cambiando anche nell'educazione dei piccoli?

«Certamente, ma non solo cambiano i bambini, ma i nostri sistemi educativi non riescono a stare dietro al fenomeno. Ci sono anche delle mode di carattere medico che si affacciano alla ribalta e poi scompaiono rapidamente. Qualche anno fa andavano di moda i bambini dislessici, poi quelli iperattivi e persino quelli con disturbi dell'attenzione. Adesso abbiamo il farmaco che dovrebbe risolvere tutto: ma non c'è una base scientifica che giustifichi queste scelte. Si ha la sensazione che prima si trova il farmaco e poi si crea o si adatta la diagnosi».

È davvero questa la situazione?

«Mi creda è un momento drammatico e disperato. C'è anche chi adesso invoca le cause genetiche delle malattie di questi bambini troppo vivaci: ma non si capisce come mai i bambini di cinquanta anni fa non avessero questi problemi che si affacciano soltanto ora. Insomma esiste un'impostazione all'origine secondo cui i responsabili della vivacità dei bambini sono i bambini stessi. È in loro che trova spazio quel qualcosa che nessuno per fortuna si azzarda a chiamare "colpa". In realtà molti dimenticano che forse siamo noi che interpretiamo i bambini in maniera diversa. I nostri bambini al massimo sono "disagiati" dal punto di vista emotivo».

Che cosa pensa lei di conseguenza?

«Quello che dico da anni: i bambini hanno bisogno della nostra attenzione. Non sono delle cose che devono stare ferme senza parlare. I bambini hanno bisogno di noi e noi, a nostra volta, non possiamo rispondere utilizzando la scienza ai nostri fini, servendoci del Prozac, del Ritalin e delle modifiche genetiche tra qualche anno. Dobbiamo ascoltare i nostri piccoli e talvolta avere il coraggio di dare un dispiacere ai genitori dicendo loro che sbagliano a cercare scorciatoie e soluzioni troppo facili».

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