Meglio dissanguati o infettati?

Pubblicato da Redazione il 27 Gennaio 2008
Rubrica:

L'enigma non è dei più semplici, bisogna ammetterlo. Mentre "tutti sanno" che è bene praticare una trasfusione di sangue a una persona che sta morendo dissanguata, non tutti sanno invece che in sala operatoria la trasfusione di sangue non è più così "necessaria", anzi, è perfino pericolosa.

Donne: più trasfusioni, più complicazioni, più mortalità è il titolo eloquente di uno studio dell'Università di Rochester pubblicato il 5 dicembre 2007 su Il Pensiero scientifico. Per una documentazione approfondita sull'argomento si segnala il sito dell'Università di Pisa, Ricerca in Medicina e Chirurgia senza sangue, curato dal dott. Lelio Mario Sarteschi, autore dell'articolo Chirurgia senza sangue: le ragioni di una ricerca (scaricabile da qui in formato pdf).

Guarda questa breve ma significativa video-inchiesta di Giulia Santerini pubblicata su Repubblica.it

Infine, pubblichiamo questo breve articolo che parla di possibili risarcimenti a partire dagli anni '70. Per quanto questi risarcimenti siano a volte tardivi e comunque sempre ben poca cosa rispetto alle vite spezzate o distrutte, l'augurio è che tali azioni legali servano a far capire a certi "baroni" della medicina che le scienze esatte sono altre, o quanto meno a calmierare certi loro deliri di onnipotenza. L'augurio è anche che si diffonda tra la gente comune la consapevolezza che un camice bianco con uno stetoscopio che fuoriesce dal taschino non è un indice automatico che chi li indossa è detentore della verità assoluta in campo medico e della salute in genere.


La Suprema corte ha allungato i tempi di prescrizione per l'azione risarcitoria per le persone che hanno contratto l'epatite o l'Hiv in seguito a trasfusioni

Cassazione, per il sangue infetto più tempo per chiedere l'indennizzo

La responsabilità ministeriale per i casi di infezione da Hcv e Hiv scoperti negli anni '80, decorre dalla scoperta dell'epatite B (anni '70)

Tratto da Repubblica.it del 11 gennaio 2008

ROMA - Le persone che hanno contratto l'epatite o l'Hiv in seguito a trasfusioni con sangue infetto effettuate nelle strutture sia pubbliche che private, da oggi hanno più tempo per chiedere il risarcimento dei danni subiti al Ministero della Salute. Lo hanno deciso le Sezioni unite civili della Cassazione allungando i tempi di prescrizione per l'azione risarcitoria.

"La prescrizione per l'azione di danno nei confronti del Ministero della Salute per omessa vigilanza sulla 'tracciabilità' del sangue - spiega il comunicato della Cassazione, firmato dal Primo presidente Vincenzo Carbone - decorre non dal giorno della eseguita trasfusione, nè da quello in cui sono rilevati i primi sintomi della malattia, bensì dal giorno in cui il danneggiato abbia avuto consapevolezza della riconducibilità del suo stato morboso alla trasfusione subita".

In questo modo gli 'ermellini' hanno dunque allungato i tempi entro i quali chi è stato contagiato può iniziare la causa contro il Ministero della Salute. Proprio su questo punto la stessa Suprema Corte, con decisioni delle singole sezioni civili, aveva espresso orientamenti contrastanti. "L'onere della prova della provenienza del sangue utilizzato e dei controlli eseguiti, grava non solo sul danneggiato - prosegue la nota di Carbone - ma anche sulla struttura sanitaria che dispone per legge o per regola tecnica della documentazione sulla 'tracciabilità' (principio della vicinanza della prova)".

Riunendo i numerosi ricorsi i giudici hanno inoltre stabilito che a seguito delle trasfusioni con sangue infetto, "non si configura il reato di epidemia colposa, per la mancanza dell'elemento della volontaria diffusione di germi patogeni, bensì quello di lesioni o omicidio colposi".

Infine, "la responsabilità ministeriale per i casi di infezione da Hcv e Hiv (scoperti negli anni '80), decorrere dalla scoperta del virus dell'epatite B (anni '70)".

Categoria