La medicina avanza grazie ai Testimoni di Geova

Pubblicato da Redazione il 3 Novembre 2008
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Grande avanzamento in campo chirurgico dove gli interventi senza sangue stanno diventando uno standard. Nata per venire incontro alle richieste dei Testimoni di Geova che rifiutavano le trasfusioni di sangue, la pratica delle operazioni chirurgiche senza sangue si è evoluta fino a diventare una realtà importante della medicina moderna e futura.

Grazie, quindi, all'intransigenza dei Testimoni di Geova nel voler rispettare il proprio codice morale. Grazie a quei medici che, per poter rispettare i diritti altrui, si sono adoperati per sviluppare un sistema che, da ora in poi, sarà di grande aiuto per l'intero genere umano. Di seguito l'articolo del Corrire della Sera che annuncia la buona novella.


Dal Corriere delle Sera del 27 ottobre 2008

INTERVISTA A NICOLAS JABBOUR, PIONERE DELLA FILOSOFIA «BLOODLESS»

La frontiera della chirurgia senza sangue

Clips al titanio per i vasi recisi, gel che favoriscono la coagulazione. Non più solo per i testimoni di Geova

ROMA - Interventi senza sangue e trasfusioni. «Puliti», come vengono chiamati in gergo. È la nuova frontiera della chirurgia. Finora confinata al mondo dei Testimoni di Geova, che per motivi religiosi rifiutano tessuti e organi estranei, la metodica ha perso il suo significato «confessionale» e si sta affermando come soluzione universale alternativa, grazie anche a strumenti sempre più sofisticati. La tecnica consiste nell'evitare il sanguinamento e quindi il ricorso a unità di sangue donato attraverso una procedura che comporta tra l'altro la speciale preparazione del malato prima e dopo l'intervento. La chirurgia bloodless è stata al centro di una delle giornate del congresso della Società italiana di chirurgia.

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Nicolas Jabour
Nicolas Jabbour

Relatore molto atteso, Nicolas Jabbour, direttore del Nazih Zuhdi Transplant Institute dell'università dell'Oklahoma, il primo uomo al mondo ad aver compiuto un trapianto di fegato senza trasfusioni. Origini libanesi, fuggito dal suo Paese nel 76 a causa della guerra, Jabbour ha prima lavorato in Belgio e poi si è trasferito a Pasadena, in California. Infine l'avvio del programma bloodless. Scherza quando parla della sua famiglia: «Papà faceva il carpentiere. Ed è per questo che so muovere bene le mani».

Negli Stati Uniti questa tecnica è definitivamente uscita dall'ambito religioso? «Ogni anno vengono effettuati dai 20 ai 30 mila interventi, per la maggior parte su Testimoni di Geova. Sono convinto che si tratti di una grande opportunità per tutti i pazienti e, in genere, per la società. Questo tipo di chirurgia permette di risparmiare sangue, di cui c'è grave carenza in tutto il mondo».

Quali sono gli interventi più indicati? «Tutti quelli dove c'è bisogno di sacche di sangue. Pensiamo alla resezione del colon, alle mastectomie o alla chirurgia pancreatica. Noi in Oklahoma abbiamo ottenuto ottimi risultati nella resezione del fegato che è considerata la più sanguinolenta delle operazioni. Ora sappiamo che nel 90% dei casi le trasfusioni possono essere evitate».

Quali sono i vantaggi per il malato? «Evitare trasfusioni significa eliminare il rischio di infezioni trasmesse dal sangue che non sarà mai sicuro al 100%. Periodicamente vediamo comparire nuovi virus. Pensiamo ad esempio a quello del West Nile. Non basta. La chirurgia senza sangue riduce notevolmente il rischio di effetti collaterali e complicanze, come le infezioni postoperatorie. Stanno inoltre comparendo studi che dimostrano una maggiore incidenza di recidive di tumore nei pazienti oncologici trasfusi. Ricevere una sacca di sangue è come ricevere un organo. Il corpo può reagire».

Quali sono i vantaggi per l'ospedale? «Si risparmiano giornate di ricovero, perché il paziente si riprende più rapidamente. In secondo luogo, si previene il rischio di errori. Certo c'è bisogno di un'organizzazione speciale che coinvolge tutta la squadra, in primo luogo l'anestesista».

La metodica sta prendendo quota anche grazie a nuovi dispositivi antisanguinamento. Di che si tratta? «Utilizziamo clips bipolari al titanio che permettono di chiudere, una volta recisi, i vasi sanguigni. E poi gel che favoriscono la coagulazione, a base di trombina e collagene. La tecnologia ci sta aiutando. Ritengo sia un vero peccato non approfittare delle nuove opportunità soprattutto guardando al futuro. La disponibilità di sangue sarà sempre più ridotta».

Margherita De Bac

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