Impotenza femminile, mito creato per vendere farmaci

Pubblicato da Redazione il 28 Ottobre 2005
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Viagra femminile

All'articolo-denuncia di una pratica usata ed abusata dal "racket" farmaceutico per aumentare i propri profitti a scapito della salute pubblica, fa seguito un articolo in cui la dottoressa Alessandra Graziottin tenta di "stemperare" la notizia. La Graziottin è anche l'esperta che qualche giorno fa (ottobre 2005), interpellata da Emilio Fede sul dilagare della depressione, ha avallato la notizia rassicurando l'audience del TG4 sulla natura biologica, quindi scientificamente provata, del "male oscuro".


Da: Corriere della Sera

Rivista medica britannica contesta: studi e sondaggi sponsorizzati

«Impotenza femminile,
mito creato per vendere farmaci»

Accusa alle multinazionali: è stata creata per vendere il viagra rosa

04 gennaio 2003, di Paola De Carolis

LONDRA - Mancanza di desiderio? Vero mal di testa? Frigidità? Stress e stanchezza? Oppure è giusto parlare di disfunzione sessuale femminile? Dal settimanale scientifico British Medical Journal arriva una pesante accusa rivolta alle multinazionali farmaceutiche, che avrebbero trasformato le difficoltà sessuali delle donne in una vera malattia con l'intenzione di preparare la strada per l'arrivo del cosiddetto «Viagrarosa». In un articolo di fondo Ray Moynihan, un giornalista dell'Australian Financial Review, sostiene che i problemi che alcune donne incontrano nei rapporti sessuali sono stati «erroneamente medicalizzati» sino ad arrivare a parlare di «impotenza femminile». Una condizione che invece, precisa, potrebbe non esistere, dato che la maggior parte degli studi sull'argomento sono stati sponsorizzati da ditte interessate allo sviluppo di medicinali che stimolino il desiderio sessuale delle donne o sono stati effettuati da ricercatori collegati a queste società.

Senz'altro sono in ballo cifre da capogiro. Dal lancio nel 1998, le vendite del Viagra hanno raggiunto un totale di 1,5 miliardi di dollari. La Pfizer, che ha prodotto la celebre pillola blu, ne sta ora elaborando una versione femminile, così come vi stanno lavorando Eli Lilly-Icos e Bayer-GlaxoSmithKline. Gli uomini che soffrono di disfunzione sessuale sono circa il 31%. Le donne affette, invece, sarebbero ancora di più: secondo gli studi che vanno per la maggiore, circa il 43%. Il che rende particolarmente interessante, sul piano finanziario, la possibilità di brevettare un farmaco.

Secondo Moynihan, la coniazione del termine «disfunzione sessuale femminile» risale a un convegno avvenuto in un albergo di Cape Cod, negli Stati Uniti, nel 1997 e sponsorizzato da diverse multinazionali farmaceutiche. L'obiettivo era di definire quali fossero i problemi sessuali delle donne e di appurarne le cause. Senza la definizione di una malattia, spiega, nuovi farmaci non possono essere creati, né si possono avviare i test clinici. Il settimanale cita poi sette convegni che hanno avuto luogo tra il 1997 e il 2002. Solo uno non è stato sponsorizzato da società farmaceutiche. E quel famoso 43%? Da dove arriva? Stando al settimanale britannico, da un sondaggio del 1992 per il quale vennero interpellate (solo) 1.500 donne. Furono poste sette domande. Avevano mai provato un calo nel desiderio? Le loro prestazioni a letto erano mai state causa di ansia? Una sola risposta affermativa era allora bastata per l'inclusione nella categoria delle «aventi disfunzioni sessuali».

Erano realmente malate? «Sicuramente ci sono molti fattori che portano alla mancanza di desiderio», ha spiegato al British Medical Journal Sandra Leiblum, docente di psichiatria alla Robert Wood Johnson Medical School. «Ci può essere disinteresse, o mancanza di soddisfazione; non necessariamente queste donne sono affette da una malattia». Il professor John Bancroft, direttore del Kinsley Institute dell'Indiana University, ha rincarato la dose: «Il problema è che definendo "disfunzioni sessuali" quelle che potrebbero essere difficoltà dovute ad altri aspetti della vita di una donna si incoraggiano i medici a prescrivere medicinali e a ignorare le vere cause».

John Dean della British Society for Sexual and Impotence Research è d'accordo, ma solo in parte: «Mi preoccupa l'eccessiva medicalizzazione delle difficoltà sessuali delle donne. L'esistenza di una definizione patologica porta la gente a credere che ci sia bisogno di un medicinale. I farmaci - ha però aggiunto - hanno un ruolo importante nella cura di disfunzioni sessuali».

Di per sé, ha precisato inoltre, non è sbagliato che i ricercatori vengano sponsorizzati da ditte farmaceutiche, dato che i fondi pubblici per la ricerca sono sempre meno. «L'importante è che mantengano la loro obiettività».

Un portavoce della Pfizer ha negato che la società abbia «inventato» una malattia a scopo di lucro e ha ricordato che 25anni fa si pensava che la disfunzione sessuale maschile fosse un problema psicologico: «Oggi invece - ha sottolineato - sappiamo che disturbi come la pressione alta e il diabete sono collegati alla mancanza di erezione».


Da: Corriere della Sera

LA SESSUOLOGA

Graziottin: «Ma negare le disfunzioni
significa tornare indietro di 10 anni»

Milano, 04 gennaio 2003, di Daniela Monti

Il «viagra» può funzionare anche per lei, le disfunzioni sessuali femminili non sono un’invenzione: «Negarne l’esistenza vuol dire tornare indietro di dieci anni, quando alle donne si rispondeva che l’origine dei loro problemi era sempre psicogena. Non importa se la perdita di interesse per il sesso fosse causata da una menopausa precoce, oppure dalla secchezza vaginale (abbastanza comune dai 40 anni in su). La soluzione era una sola: entrare in psicoterapia». Adesso le cose sono cambiate e Alessandra Graziottin, sessuologa del San Raffaele di Milano, aggiunge anche questa alle conquiste femminili: la possibilità per le donne di ricevere, all’occorrenza, una vera e propria terapia medica per i problemi di sesso.

Il farmaco risolve tutto? «Non cura la caduta del desiderio innescata da una crisi coniugale. Ma le sindromi da carenza di estrogeni sì: in menopausa l’estrogeno ripristina la lubrificazione vaginale. Le giovani sottoposte alla chemioterapia possono avere disturbi del desiderio: se il loro livello ormonale viene ripristinato con i farmaci, tornano a sbocciare».

Ma un farmaco ben reclamizzato potrebbe convincerci di essere tutte un po’ «malate». «Il mercato è immenso, serve precauzione. Sì al farmaco quando la diagnosi dimostra la prevalenza della causa biologica; no negli altri casi. Non dobbiamo creare patologie sull’onda di ciò che si vede al cinema o in tv: la donna sempre gratificata non è reale».

Servono? «Solo se la diagnosi è accurata. Tuttavia sappiamo già che, rispetto agli uomini, i risultati con le donne sono più limitati. All’uomo interessa solo "funzionare"; per la donna anche il "con chi" dell’atto sessuale è importante. La motivazione a prendere il farmaco, se non cambia qualcosa nella relazione, per lei è bassissima».

A chi giovano e a chi no. «Le basi biologiche del disturbo sessuale aumentano con gli anni: dai 40 c’è una riduzione del 50% della struttura da cui dipende l’eccitazione. Una terapia androgenica ripristina dunque la capacità di provare l’orgasmo. Ma attenzione: gli ormoni aumentano la spinta sessuale, ma non cambiano la direzione del desiderio. Se una è disamorata, posso darle tonnellate di androgeni ma con il partner il sesso non funzionerà più».

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