Psichiatria, violenza e vecchi merletti

Francia, XVIII secolo: l'ospizio di Bicetre, a Parigi, ospita "i pazzi", persone ritenute mentalmente malate in modo cronico. In realtà si trattava di mendicanti, handicappati, prostitute, o semplicemente individui da togliere dalla circolazione perchè ritenuti scomodi.

Erano trattati come animali: legati alle pareti delle celle con catene di ferro, questi disgraziati non potevano nemmeno, abitualmente, stendersi a terra per dormire.

Solo di tanto in tanto veniva permesso loro un qualche movimento in più e potevano sdraiarsi sui pagliericci, ma sempre con mani e piedi legati.

A volte, per non infierire troppo sulle piaghe che inevitabilmente si formavano sui polsi e sulle caviglie, venivano legati con dei corsetti di ferro che cingevano l'addome.

Le catene fissate al muro erano lunghe abbastanza da permettere loro di nutrirsi ad una specie di truogolo che conteneva un poco di pane spappolato in acqua.

Considerati al pari delle bestie, non venivano ritenuti degni di nessuna assistenza dietetica o medica.

La classificazione di queste persone era tanto elementare quanto agghiacciante: i "maniaci", cioè gli agitati ritenuti pericolosi, i "malinconici", quelli che stavano tranquilli, ed i "dementi", che a causa della loro ignoranza nel parlare o nello scrivere venivano segregati in questa orribile struttura.

Le celle del Bicetre erano anguste, oscure, prive di ventilazione e senza altre aperture se non una piccola inferriata. I malcapitati vivevano al buio in mezzo al loro sudiciume: spazzare o lavare i pavimenti non veniva mai preso in considerazione.

In quegli anni arriva a Parigi un giovane medico, di scarse possibilità economiche, ma di buona cultura: Philippe Pinel.

Era il periodo della Rivoluzione, e durante quell'orgia di sangue e violenza Pinel fu nominato direttore del Bicetre: toccando con mano quella tremenda realtà, inorridì, la sua coscienza di medico si ribellò.

Si rivolse alle autorità per ottenere il permesso di liberare almeno dalle catene quelle povere persone, chiese cibo per loro, progettò una ristrutturazione dell'edificio, si promise di garantire assistenza medica.

Dopo vari ostacoli dovuti al pregiudizio delle autorità, ottenne esaudite le prime richieste.

In realtà tolse ad alcuni di loro le catene per vestirli con delle camice in tessuto grezzo aventi lunghe maniche, che all'occorrenza potevano essere legate tra loro dietro la schiena per immobilizzarli: le camice di forza.

Questo episodio storico, la liberazione dalle catene dei "pazzi", viene salutato e osannato come l'inizio della psichiatria moderna.

Italia, duecento anni dopo: il dottor Roberto Cestari, Presidente del CCDU Italia, in compagnia di esponenti di forze dell'ordine e autorità politiche, compie delle entrate a sorpresa, di mattina presto, in diverse cliniche psichiatriche. Le scene che si presentano ai suoi occhi non sono dissimili da quelle che dovette sopportare Pinel: e la psichiatria moderna dov'è finita?

È finita nelle teorie fisiognomiche di Cesare Lombroso, che con i suoi studi asseriva di poter riconoscere le malattie mentali dai tratti somatici delle persone. Un padiglione auricolare troppo grande, una scarsa distanza tra gli occhi, un cranio più piccolo o più grande della media, significavano per lui chiari segni di una mente malata o criminale. Teorie mai provate scientificamente, ma Lombroso si studia ancora oggi nelle università.

La psichiatria moderna è finita con gli studi di Ivan Pavlov sui riflessi condizionati: studiando i cani, riportò pari pari le sue conclusioni sugli esseri umani.

È finita anche con Bini e Cerletti, che alla fine degli anni trenta del novecento idearono la terapia elettroconvulsivante: osservando che i maiali condotti al macello si calmavano quando veniva loro somministrata una potente scarica elettrica attraverso due elettrodi posti ai lati del cranio, pensarono bene di applicare questa cosa agli esseri umani. A tutt'oggi sono migliaia le persone che negli ospedali psichiatrici si sono ritrovate il cervello bruciato da questa barbara pratica. Ed è ancora in voga.

La psichiatria moderna è finita con il Nobel per la medicina assegnato a Moniz nel 1949. Tale riconoscimento gli fu assegnato per la sua tecnica (leucotomia) assai scientifica di curare gli alienati mentali: praticava fori nel cranio e vi iniettava alcol puro, allo scopo di bruciare quelle zone del cervello che, a detta della moderna psichiatria, sono le origini della malattia mentale. Alcuni suoi seguaci, principalmente Freeman e Watts, vollero superare il maestro e dare un tocco tecnologico alla leucotomia: in primo luogo cambiarono il nome in lobotomia, e poi idearono un sistema più scientifico. Preso un punteruolo lungo 20 cm, in origine un semplice rompighiaccio, penetrarono attraverso i condotti lacrimali fino alla parte frontale interna della testa dei loro pazienti: agitando l'attrezzo in maniera concentrica, tagliavano o spappolavano la parte di cervello con cui venivano a contatto. Questa tecnica è stata applicata per decenni negli ospedali psichiatrici.

Scrive Goethe: "Chi è nell'errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza."

La storia della psichiatria è sempre accompagnata da inaudita violenza: sono violente le privazioni della libertà degli individui con gli internamenti coatti, sono violente le "cure" psicochirurgiche, sono violente le immobilizzazioni nei letti di contenimento, sono violente le alienazioni a cui arriva chi è sottoposto a pesanti cure psicofarmacologiche.

La psichiatria detiene un potere enorme, che non trova paragoni non solo in medicina ma nemmeno in politica, neanche quando vige un regime dittatoriale. Come si può confutare la diagnosi di uno psichiatria, dal momento che non esistono prove concrete delle sue affermazioni?

Se un medico diagnostica una epatite ad un paziente, ha delle evidenze verificabili da qualunque suo collega: se sbaglia diagnosi, qualcun altro, carte alla mano, può opporsi e dimostrare la fallacia di quel medico.

Se uno psichiatra dichiara una persona affetta da malattia mentale, non ha nessuna evidenza verificabile da altri: quindi nessuno può smentirlo, lui è lo psichiatra.

Alcuni anni orsono, degli studenti di una università americana mostrarono lo stesso Rorschach accompagnato dalle stesse informazioni biografiche e di anamnesi a dieci diversi docenti di psichiatria: ottennero dieci diverse diagnosi.

Questa è violenza, è dispotismo sanitario.

L'esperimento di quegli studenti americani dimostrò, inoltre, che uno psichiatra al quale venga presentato un potenziale paziente ritiene inevitabile che questi sia affetto da una qualche patologia mentale: solo il fatto di rivolgersi ad uno psichiatra apre la porta ad una diagnosi.

Fatta la diagnosi, il cittadino perde ogni diritto come paziente. Non può confutare lo psichiatra perchè non ci sono evidenze su cui ragionare, non può rifiutare la cura pena l'internamento coatto, non può rifiutare la segregazione in ospedale psichiatrico perchè ritenuto incapace di intendere e di volere.

Questa è violenza, si ignorano i più elementari diritti dei cittadini. Torna alla mente la stereotipata immagine di quel malcapitato che dalle sbarre del manicomio urlava: "Io non sono pazzo". E lo psichiatra, con il suo candido camice, la barbetta bianca, i capelli ritti come pettinati con la polvere pirica, sfregandosi le mani gli rispondeva: "Visto che avevo ragione? Non si è mai sentito un matto ammettere di esserlo".

In piena guerra fredda, quando i movimenti occidentali per i diritti civili urlavano al mondo la tirannia esercitata dall'URSS sui propri cittadini, uno psichiatra americano, tale Mike Gorman, dichiarò in un articolo quanto segue: "Tralasciando la suprema virtù di un sistema psichiatrico che, senza fare ingiuste distinzioni economiche, offre un'adeguata assistenza altamente qualificata a tutti coloro che ne abbiano la necessità ....". Stava parlando dei famigerati manicomi russi dove era sufficiente avere una idea diversa da quelle propagandate dal regime (e non era infrequente) per essere internati vita natural durante e subire atroci vessazioni.

Come ebbe modo di scrivere Solgenizyn, "La reclusione dei liberi pensatori nei manicomi è un assassinio spirituale, una variante, forse persino più crudele, della camera a gas".

La psichiatria occidentale cominciò poi a condannare il sistema psichiatrico sovietico, dando piena dimostrazione di come la pagliuzza nell'occhio di altri impedisca di vedere la trave nel proprio. Raccogliendo le denunce (del tutto giustificate) di qualche centinaio di dissidenti sovietici internati, dimenticava le migliaia di persone segregate nei propri manicomi.

Cambia qualcosa se priviamo della libertà un cittadino perchè dice che Stalin è un boia piuttosto che se gira a torso nudo in gennaio per le strade di Milano? Cosa giustifica questa violenza? In medicina naturalmente nulla.

In psichiatria si condanna alla privazione della libertà un cittadino innocente solo per il suo atteggiamento, pensiero o comportamento, al contrario si permette a dei delinquenti rei confessi di evitare il carcere invocando l'infermità mentale. Sembra assurdo, ma è così.

Qual è la categoria di cittadini più facilmente aggredibile da parte della psichiatria? I bambini, naturalmente. Quale genitore non farebbe di tutto per il figlio?

Sono arrivati anche in Italia i test per la diagnosi dell'ADHD (disturbo da deficit di attenzione) , l'ultima invenzione, in ordine di tempo, dell'industria psichiatrica - psicofarmacologica

Questi test sono propagandati come arma per aiutare i bambini in difficoltà, in realtà servono per giustificare la somministrazione di psicofarmaci a bambini che hanno l'unica colpa di essere pescati nel mucchio.

Già il test di per sè è tanto scientifico quanto l'oroscopo che si può leggere sui quotidiani, ma in più non viene fatto compilare dal bambino che è il diretto interessato: viene fatto studiare ai genitori o agli insegnanti, e questi sorvegliando il ragazzo devono rispondere alle domande del test. Se sei risposte su dieci sono affermative scatta la diagnosi di ADHD.

Fare diagnosi su un bambino con le informazioni date da altri, equivale al medico che per diagnosticare una appendicite a Tizio palpeggi la pancia di Caio.

Eppoi le domande del test: il bambino muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia? Spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che rimanga seduto? Spesso scorrazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui ciò è fuori luogo? Spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo? Spesso parla troppo? E via di seguito.

A queste domande, i genitori di tutto il pianeta alzerebbero un coro di: "Siiii, quello è proprio nostro figlio". Ma lo psichiatra li zittirebbe, puntando l'indice al cielo, il sopracciglio alzato, e redarguirebbe loro con un: "No , signori, non scherziamo, questi sono sintomi di una vera malattia".

Di conseguenza a questi test quanto mai poco scientifici purtroppo, però, milioni di bambini sono etichettati come affetti da malattia mentale e drogati con potenti psicofarmaci. Droghe vere e proprie delle quali, per assurdo, si conoscono pochissimo i meccanismi di funzionamento nel corpo umano, ma se ne elencano in numerose pubblicazioni le decine di infausti effetti collaterali, non ultimo quello di incentivare istinti suicidi.

Ma non c'è solo l'ADHD tra le nuove "scoperte" della psichiatria: c' è il disturbo della lettura, il disturbo dell'espressione scritta, il disturbo dell'espressione del linguaggio, la balbuzie, la discalculia (che al di là dell'altisonante nome indica solo ignoranza in matematica). Queste sono tutte malattie mentali diagnosticabili in età pediatrica, senza nessun esame scientifico che le abbia mai confermate, ma che comunque servono a mantenere sempre in attivo il grande mercato della psicofarmacologia mondiale.

Se ci fermassimo un attimo a pensare a quanto scritto sopra, capiremmo quanta violenza c'è in una psichiatria che mina alla base il futuro di questa società drogando milioni di bambini.

Qualcuno si chiederà com'è possibile che le diagnosi psichiatriche siano tanto aleatorie: ok, giochiamo per un attimo al "Piccolo Psichiatra".

Immaginiamo che un giovane di buona famiglia, senza problemi economici, intelligente, abitante in una cittadina piena di arte e tranquillità, fisicamente sano, un mattino si alzi dal letto e, affacciatosi alla finestra, cominci a denudarsi e urlare di essere in comunicazione con Dio e di parlare con gli animali.

In base al regolamento del "Piccolo Psichiatra", dobbiamo indossare i panni dello strizzacervelli e fare una diagnosi. Il tempo massimo è di due minuti. Fatto?

Ok, qualunque sia stata la diagnosi, era sbagliata. Un giovane come quello descritto è realmente esistito, ma non solo: l'Italia ne ha fatto il proprio Patrono. Si chiamava Francesco, originario di Assisi.

C'è un qualche settore della società che non sia minacciato dalla violenza psichiatrica? A quanto pare no, se leggiamo la recente dichiarazione di uno psichiatra italiano: "Negli Stati Uniti un gruppo di medici sta studiando le cause che hanno portato quattro scrittori su un campione di dieci che hanno vinto il premio Pulitzer, otto dei quali soffrivano di grave depressione, al suicidio. È stato dimostrato che vi sono molti legami tra creatività e rischio di depressione".

Nemmeno gli artisti potranno più esprimere la loro creatività, pena il trattamento psichiatrico.

Insegna il Prof. Thomas Szasz: "Se fossimo vissuti nel 1878, avremmo incontrato quotidianamente nuovi esempi della tragedia provocata dall'impotenza della medicina: bambini che morivano di difterite, adulti che morivano di diabete. Oggi, incontriamo quotidianamente nuovi esempi della tragedia provocata dall'imbecillità della medicina: lo stupro e l'adulterio classificati come malattie, la ricostruzione genitale e la chirurgia estetica classificate come terapie. Allora, la tragedia consisteva nella morte degli individui; oggi, consiste nella morte della parola e nell'indebolimento della struttura economica e giuridica dell'intera società".

Fino a quando la psichiatria continuerà a confondere la mente con il cervello, domostrerà di sapere tanto sull'uomo quanto un cannibale della Nuova Guinea conosce di tulle e vecchi merletti.

Il tarlo