Antisemitismo e intolleranza

Nel giorno della memoria, per non dimenticare gli orrori dell'Olocausto, pubblichiamo un articolo tratto dal sito Freesouls, scritto nel gennaio 2001, vale a dire prima di quell'11 settembre che ha risvegliato nell'occidente "cristiano" orgogliosi pruriti intolleranti e anti-libertari contro i diversi, gli infedeli, gli inferiori per cultura, religione e condizione sociale. Poiché si è fatto tanto parlare sull'inserimento di riferimenti alle radici cristiane nella futura Costituzione Europea, è bene sapere cosa sono queste radici e valutare, quindi, se sia proprio il caso di portarcele dietro in un'Europa laica e (ci auguriamo) libera.

Gennaio 2001

Antisemitismo e intolleranza

a cura di FREE SOULS

Dallo Zingarelli:

«Semita - da Sem, figlio di Noè, dall'ebraico Shem, con -ita. Chi appartiene ai popoli, collegati tra loro per nessi razziali, linguistici e culturali, abitanti in ampie zone del Medio Oriente, dell'Africa Settentrionale e dell'Etiopia, con fortissime radici culturali in tempi preistorici e storici».

«Antisemita. Chi, che è ostile nei confronti degli Ebrei».

«Intolleranza. Atteggiamento o comportamento di chi non ammette e cerca di reprimere manifestazioni di pensiero, di fede e simile diverse dalle proprie».

Nascita ed evoluzione dell'antisemitismo

[...] In Europa l'antisemitismo è un corollario del cristianesimo: non appena questo si fu affermato nell'Impero romano, i suoi portavoce si diedero a predicare contro gli ebrei, ricorrendo a condanne esplicite, di grande effetto retorico e cariche di emotività. L'impellente esigenza psicologica e teologica dei cristiani di differenziarsi dagli adepti alla religione dalla quale la loro si era distaccata si rinnovava a ogni generazione, perché gli ebrei persistevano nel rifiutare la rivelazione di Gesù, sfidando così, involontariamente, la certezza cristiana di quella rivelazione. Se gli ebrei, il popolo di Dio, rigettavano il Messia che Dio aveva loro promesso, doveva esserci qualcosa di poco chiaro: o il Messia era falso, oppure quel popolo, forse tentato dal diavolo in persona, aveva proprio perduto la retta via. Per i cristiani la prima ipotesi non era nemmeno da prendere in considerazione, e dunque optarono con tutto il cuore per la seconda. Gli ebrei erano ribelli alla religione in un mondo in cui religione e ordine morale si identificavano, e che considerava qualsiasi deviazione come una trasgressione grave. (Citato da "History and Hate: the Dimensions of Anti-Semitism" di Robert Chazan).

[...] Per i cristiani la loro religione era il superamento dell'ebraismo; dunque gli ebrei in quanto tali dovevano sparire dalla faccia della terra: dovevano diventare cristiani. E invece si rifiutavano caparbiamente di farlo. Cristiani ed ebrei si trovavano dunque a condividere un patrimonio comune - la cui parte più importante era la Bibbia ebraica, con le sue parole ispirate da Dio - del quale davano interpretazioni contrastanti. Di qui un inestinguibile antagonismo sul suo significato, sull'interpretazione della Bibbia e della parola di Dio, di tanti degli stessi testi sacri, antagonismo che incitava vieppiù i cristiani a denigrare gli ebrei, a impugnare la loro concezione di quel territorio sacro conteso. Se gli ebrei erano nel giusto, i cristiani erano nell'errore: l'interpretazione stessa dell'ordine sacro e dei suoi simboli, e dell'ordine morale che ne derivava, dipendeva dalla certezza che tutti i cristiani fossero convinti dell'errore degli ebrei. Scrive Bernard Glassman: «I chierici credevano che se il cristianesimo era in effetti la vera fede, e i suoi seguaci la nuova Israele, l'ebraismo andasse screditato agli occhi dei fedeli. Nei sermoni, nelle rappresentazioni teatrali, nella letteratura religiosa del Medioevo gli ebrei venivano spesso descritti come gli avversari della chiesa, coloro che fin dal tempo della Crocifissione costituivano una minaccia per i buoni cristiani».

Gli ebrei vennero così a rappresentare buona parte di tutto ciò che era antitetico all'ordine morale del mondo cristiano.

Un terzo motivo della costante ostilità dei cristiani, e del disprezzo autoindotto che riversavano sugli ebrei, è dato dalla convinzione assiomatica che essi fossero gli «uccisori di Cristo», e che responsabili della sua morte fossero non soltanto gli ebrei dell'epoca, ma quelli di ogni altro tempo. Gli ebrei contemporanei, infatti, rifiutavano Gesù come Messia e come figlio di Dio non meno dei loro antenati i quali, stando agli appassionati e indefessi insegnamenti cristiani, lo avevano ucciso. Assumendo questa posizione negativa, si rendevano tutti complici del delitto originato dal rifiuto degli antenati di riconoscere la divinità di Gesù. Gli ebrei erano dunque il simbolo degli uccisori di Cristo, approvavano, si credeva, quel delitto e anzi si riteneva che fossero capaci, avendone l'occasione, di ripeterlo. E dunque il loro continuo, quotidiano rifiuto di Gesù era un sacrilego atto di sfida, un guanto gettato apertamente, con sfacciato disprezzo, ai cristiani. (Citato da "History and Hate: the Dimensions of Anti-Semitism" di Robert Chazan).

Questa opinione degli ebrei, fondamentale nella teologia e nell'insegnamento cristiano fino all'Evo moderno, aveva già forma compiuta nel IV° secolo, quando la chiesa venne ufficializzata nel mondo romano. Giovanni Crisostomo, uno dei Padri della chiesa che esercitò influenza più a lungo, predicava in termini che sarebbero divenuti i ferri del mestiere dell'insegnamento e della retorica antiebraici, condannando gli ebrei a vivere in un'Europa cristiana che li disprezzava e li temeva: «Là dove si riuniscono gli uccisori di Cristo, si ride della Croce, si bestemmia Dio, si rinnega il Padre, si insulta il Figlio, si respinge la grazia dello Spirito santo... Se i riti ebraici fossero sacri e venerabili, allora il nostro modo di vivere sarebbe erroneo. Ma se è vero, come è vero, che la nostra via è giusta, la loro è falsa. Non parlo delle Scritture: lungi da me! Perché esse conducono a Cristo. Parlo della loro empietà e follia di oggi.» (Citato da "History and Hate: the Dimensions of Anti-Semitism" di Robert Chazan).

[...] Giovanni, teologo influente, non fu che un esempio precoce di quel rapporto di fondo del mondo cristiano con gli ebrei che si sarebbe perpetuato fino all'età moderna inoltrata. Occorre ancora una volta sottolineare che questa ostilità non appartiene alla categoria che conosciamo fin troppo bene, quella degli stereotipi e dei pregiudizi poco lusinghieri (che possono avere una forza tutt'altro che trascurabile) nutriti da un certo gruppo nei riguardi di un altro e finalizzati a rafforzare la fiducia in sé di chi li sostiene. La concezione cristiana degli ebrei, invece, era intessuta negli elementi costitutivi dell'ordine morale del cosmo e della società; quell'ordine che, per definizione, essi avversavano, portandolo alla rovina. Lo stesso essere cristiani comportava un'ostilità totale e viscerale nei confronti degli ebrei, così come del male e del diavolo: non sorprende che nel Medioevo si arrivasse a considerarli come agenti di entrambi.

[...] Per il mondo medioevale gli ebrei erano in posizione del tutto antitetica rispetto alla cristianità. La chiesa, sicura del controllo teologico e pratico che esercitava sulle potenze d'Europa, coltivava nondimeno aspirazioni totalitarie; alla sfida simbolica al proprio predominio che individuava negli ebrei, essa reagiva con una ferocia stemperata o acutizzata dalle condizioni contingenti. Alla particolare posizione che occupavano in quanto popolo reo insieme di aver rifiutato la rivelazione di Gesù e di averlo "ucciso" - anche se proprio loro avrebbero dovuto essere i primi a riconoscerlo e seguirlo come Messia - gli ebrei dovevano l'odio costante e profondo della chiesa, del clero e dei popoli d'Europa.

[...] Così voleva la logica dei Padri della chiesa, e quella che accompagnò l'antisemitismo nella sua graduale evoluzione verso il momento, nel XIII° secolo, in cui l'ebreo divenne sinonimo del diavolo. Grazie al controllo assoluto che esercitava sulla cosmologia e sulla morale in Europa, la chiesa diffuse tale idea per mezzo dei suoi portavoce, i vescovi, e soprattutto i parroci, creando una concezione universale e relativamente uniforme, panaeuropea, in cui gli ebrei, creature del demonio, finiscono per non far parte nemmeno dell'umanità. «Davvero dubito», dichiarava Pietro il Venerabile di Cluny, «che l'ebreo possa essere umano, poiché non si piega al ragionamento degli uomini, né si accontenta degli enunciati dell'autorità, divina o ebraica che sia».

L'odio per gli ebrei nell'Europa medioevale era tanto intenso, e tanto avulso dalla realtà, che ogni disastrosa evenienza poteva essere imputata al loro maligno operato. Gli ebrei rappresentavano tutto ciò che era discorde: di fronte a una calamità naturale o sociale dunque si reagiva automaticamente ricercandone la presunta origine ebraica. L'antisemitismo di Martin Lutero fu tanto feroce ed ebbe così vasta influenza da guadagnargli un posto d'onore nel pantheon della categoria, ma non gli valse a nulla presso la chiesa sua avversaria, che denunciò lui e i suoi seguaci come eretici ed ebrei. La logica di quelle fantastiche convinzioni era tale che, conclude Jeremy Cohen, «fu quasi inevitabile che la colpa della Peste nera ricadesse sugli ebrei, e molte delle loro comunità in Germania furono sterminate in modo totale e definitivo». Nel Medioevo le aggressioni e le espulsioni degli ebrei erano all'ordine del giorno, tanto che alla metà del Cinquecento i cristiani potevano dire di averli cacciati con la forza da buona parte dell'Europa occidentale.

Riguardo agli ebrei, il mondo moderno ha ereditato dal Medioevo, per citare Joshua Trachtenberg, «un odio tanto vasto e abissale da lasciarci senza fiato di fronte alla sua incomprensibilità». Nondimeno, non si tentava di ucciderli, perché la chiesa, sensibile alla comune origine del cristianesimo e dell'ebraismo, riconosceva loro il diritto di vivere e praticare la religione, pur condannandoli a una condizione degradata come punizione per aver rifiutato Gesù. In ultima analisi la chiesa non voleva sterminare gli ebrei, che considerava redimibili, bensì convertirli e, così facendo, riaffermare la supremazia del cristianesimo. Questa fu la logica dall'antisemitismo cristiano premoderno.

Le evoluzioni dell'antisemitismo nella Germania dell'Ottocento furono straordinariamente complesse. Quanto a carattere e contenuti, per tre quarti di secolo esso fu in una condizione di fluidità continua, mentre procedeva la metamorfosi dalla sua incarnazione religiosa medioevale a quella razziale moderna.

[...] Per centinaia d'anni l'antisemitismo aveva dato coerenza e orgoglio all'immagine di sé del mondo cristiano; nell'Ottocento in Germania molte vecchie certezze si andavano sgretolando, e l'importanza dell'antisemitismo come modello di coerenza culturale, e poi come ideologia politica, crebbe in modo spaventoso, insieme alle sue qualità salvifiche per una società che stava perdendo degli ormeggi.

[...] Nei primi tre quarti dell'Ottocento il dibattito sugli ebrei fu dedicato, sia pure non per consapevole intenzione, a forgiare una concezione comune di ciò che costituiva la loro identità. La definizione religiosa faceva sempre meno presa, pur continuando a echeggiare e trovare consenso nel popolino. Tramite la letteratura antisemita circolava l'idea che gli ebrei fossero o una «nazione» o un gruppo di interesse politico. Già nella prima metà del secolo si dava voce alla definizione che sarebbe emersa nella seconda metà del secolo dal confuso conflitto delle concettualizzazioni, per cui gli ebrei erano una «razza». Contava molto come i tedeschi concepissero gli ebrei, poiché ogni concettualizzazione comportava conseguenze diverse sul potenziale trattamento che avrebbero riservato loro. Sebbene in Germania, nella contesa sulle definizioni, vi fosse un evidente dissenso su ciò che faceva degli ebrei quel che erano, su ciò che li impregnava delle loro presunte qualità nocive, regnava una totale unanimità su una convinzione di fondo: che fossero effettivamente nocivi.

[...] L'odio onnipresente e profondo per gli ebrei ghettizzati era parte integrante della cultura di una Germania che emergeva dal Medioevo, e dunque la rielaborazione del tema del pericolo ebraico fu una reazione quasi naturale alle proposte di emancipazione iniziate alla fine del Settecento, alle misure lente e parziali dell'Ottocento in quella direzione e ai dibattiti a tutti i livelli sociali sull'opportunità di concedere loro dapprima qualche diritto civile, poi altri. Con questo lo status quo era stato pregiudicato e poi sovvertito, e gli oppositori dell'integrazione civile dedicarono energie, intelligenza e notevoli talenti polemici a mobilitare i compatrioti contro l'ondata della presunta infiltrazione ebraica che minacciava di abbattere i pilastri dell'identità sociale e culturale tedeschi. Ne risultò una «conversazione» sociale sempre più carica di emotività, e sempre più fissata sulla definizione, il carattere e la valutazione degli ebrei, tutto nella prospettiva del rapporto con i tedeschi, i quali erano per assunto diversi da loro, se non incompatibili.

Non c'è gruppo minoritario in grado di trasmettere una buona immagine di sé in un dibattito svolto in queste condizioni e in questi termini, nel cui ambito esso resta definito come il gruppo di diversi di gran lunga più chiuso all'interno di una maggioranza sociale per il resto omogenea, e gravato di un carico emotivo così pesante.

[...] Il conflitto formale sul riconoscimento della cittadinanza tedesca agli ebrei rafforzò, e di fatto sancì, il carattere vieppiù politico nell'immagine negativa degli ebrei - un assioma della cultura tedesca - che era in continua evoluzione. [...] Eleonore Sterling, tra i massimi studiosi dell'antisemitismo in Germania durante la prima metà del XIX° secolo, scrive: «La dottrina dell'odio viene disseminata nel popolo da una miriade di volantini, manifesti e articoli di giornale. Nelle strade e nelle taverne i "mestatori" pronunciano odiosi discorsi e fanno petizioni incendiarie ... l'agitazione viene tenuta viva non solo dagli oratori da strada e da taverna, ma persino da chi ama considerarsi "cristianissimo"».

[...] Con la scoperta, alla metà del secolo, delle «razze» germanica ed ebraica, la stessa concettualizzazione del Volk (popolo), sino ad allora basata su criteri linguistici e di nazionalità, subì una trasformazione, abbracciando i princìpi essenzialisti e apparentemente scientifici della razza. Nel 1847 uno dei polemisti volkisch e antisemiti più popolari e influenti bene coglieva i termini della metamorfosi, spiegando che «il senso del vigore» e «l'amor di patria» si fondevano sullo «spirito cristiano germanico» e sull'«unità razziale germanica». L'ebreo, per ricorrere all'immagine del sangue, autentico elisir del pensiero razziale tedesco, era «l'eterno purosangue dell'estraneità».

Il concetto di «razza» forniva all'antisemitismo moderno una coerenza sino ad allora mai raggiunta. [...] Il modello cognitivo alla base dell'idea di razza presentava numerose proprietà particolarmente confacenti all'antisemitismo, e pericolose per gli ebrei, che ne facilitavano l'innesto sull'antico tronco antisemita. Contrapponendo la germanicità all'ebraicità, quel modello cognitivo rilanciava la contrapposizione assoluta e binaria che da sempre gli antisemiti tradizionali individuavano tra cristianesimo ed ebraismo. Come nel Medioevo, la nuova divisione manichea trasformava delle persone, gli ebrei, in un simbolo culturale fondamentale, il simbolo di tutto ciò che non quadrava nel mondo. Secondo entrambe le concezioni, peraltro, non si trattava di meri simboli inanimati, bensì di agenti attivi che minacciavano in piena consapevolezza il sacro ordine naturale del mondo. Un'immagine maligna che bastò a fare degli ebrei il diavolo di quella visione laica del mondo, allo stesso modo - sia pure con un'articolazione meno esplicita - in cui la mentalità cristiana del Medioevo li aveva identificati con il diavolo, la magia e la stregoneria.

[...] Al culmine di un'ondata antisemita, nel 1881 Johannes Nordmann, un popolare e influente pamphlettista, esprimeva in termini inequivocabili la presunta barriera fisiologica che impediva agli ebrei il passaggio al cristianesimo: la conversione non poteva trasformarli in tedeschi più di quanto si possa far diventare bianca la pelle di un nero. [...] L'assenza di ogni alternativa allo scontro frontale con gli ebrei era implicita in un testo fondamentale per quell'ideologia, redatto nel 1877. I tedeschi devono convincersi, vi si diceva, «che anche l'ebreo più onesto, spinto dall'influenza ineludibile del suo sangue, portatore della moralità semitica [Semitenmoral] del tutto opposta alla vostra, non può far altro che operare ovunque per la sovversione e la distruzione della natura tedesca, della civiltà tedesca». Sulla sostanza di questa proclamazione avrebbero potuto essere d'accordo tutti gli antisemiti tedeschi del tardo Ottocento e in realtà anche del Novecento [...] .

«Le voci che, tutte d'accordo nel dare un giudizio assolutamente negativo sull'essere ebraico, incitavano alla persecuzione e all'annientamento senza pietà, erano la stragrande maggioranza, e di decennio in decennio il loro seguito aumentava. Gli ebrei erano vermi, parassiti da sterminare. Si doveva strappar loro di mano le ricchezze che avevano accumulato col furto e l'imbroglio, e poi, con grande vantaggio, deportarli definitivamente in qualche remoto angolo della terra, per esempio in Guinea. Alcuni propugnavano la soluzione più semplice: ammazzarli, perché il dovere di difendere ..."moralità, umanità e cultura" imponeva una battaglia senza quartiere contro il male ... L'annientamento degli ebrei coincideva, per molti antisemiti, con la salvezza della Germania. Erano evidentemente convinti che l'eliminazione di una minoranza avrebbe posto fine a tutte le disgrazie, e il popolo tedesco sarebbe stato di nuovo padrone in casa propria».

Klemens Felden, l'autore del passo citato, ha analizzato i contenuti di cinquantuno autorevoli pubblicazioni di scrittori antisemiti distribuite in Germania tra il 1861 e il 1895. I risultati sono sconcertanti. In ventotto casi si propongono «soluzioni» alla Judenfrage - la questione ebraica -; di queste ben diciannove prevedono lo sterminio fisico degli ebrei. Nell'era pregenocida della civiltà europea - quando ancora non esisteva la consapevolezza della carneficina dei due conflitti mondiali, né tanto meno del genocidio come strumento della politica nazionale - oltre due terzi di questi noti antisemiti portavano alle estreme conseguenze le proprie convinzioni emettendo, o meglio reclamando, una sentenza genocida.

(Tratto da I volonterosi carnefici di Hitler, di Daniel Jonah Goldhagen - Mondadori)

Com'è andata a finire lo sappiamo.

Intolleranza oggi

Spesso il cristianesimo viene messo sotto accusa, come in questo caso, nel caso dell'inquisizione, eccetera. Purtroppo il cristianesimo, nell'arco della storia, si è reso colpevole di crimini "poco cristiani". Ma che i cristiani abbiano a volte agito male non significa che la religione cristiana in sé sia assiomaticamente negativa. L'intervista a Don Gino Rigoldi (nella seconda parte dell'articolo Polemica indegna) è un mirabile esempio di tolleranza e di elevatezza spirituale. Non c'è intenzione, qui, di favorire questo o quel credo religioso, sia esso Cristo, Allah, Buddha o quant'altro. C'è una precisa volontà, però, di accusare e denunciare l'intolleranza e la degradazione del prossimo, qualsiasi sia il «motivo» giustificante. Difendiamo le idee e le credenze, qualsiasi esse siano, ma combattiamo le azioni che recano danni al prossimo a causa delle sue idee o credenze diverse.

Vediamo, quindi, l'intolleranza nascere dal cristianesimo, che non tollera il diverso, che combatte l'ebreo «uccisore» di Gesù. Prima di esso, grandi civiltà come quella egizia, greca e romana avevano manifestato particolari doti di tolleranza verso i popoli conquistati e le culture e religioni diverse dalla loro. È importante fare questa disanima, seppur breve, poiché il cristianesimo è stata la forza civilizzatrice ed educatrice della nostra società occidentale, e taluni modus operandi sono tuttora in essere ed è bene conoscerli per poterli "correggere".

«I chierici credevano che se il cristianesimo era in effetti la vera fede, e i suoi seguaci la nuova Israele, l'ebraismo andasse screditato agli occhi dei fedeli. Nei sermoni, nelle rappresentazioni teatrali, nella letteratura religiosa del Medioevo gli ebrei venivano spesso descritti come gli avversari della chiesa, coloro che fin dal tempo della Crocifissione costituivano una minaccia per i buoni cristiani». Questo era vero allora, ed è rimasto vero nel tempo fino ad oggi. La chiesa cristiana ha sempre combattuto dei «nemici» diversi, che professavano credi diversi da quello cristiano dominante, costitutivo dell'ordine morale del cosmo e della società. Prima gli ebrei. Durante l'Inquisizione del Sant'Uffizio i nemici, oltre agli ebrei, divennero tutti coloro che erano «scomodi», «eretici», «votati assiomaticamente al male». All'inizio dell'era cristiana gli ebrei «uccisori di Gesù» rappresentavano buona parte di tutto ciò che era antitetico all'ordine morale del mondo cristiano. Nel Medioevo questo concetto fu esteso agli eretici, alle «streghe» e via discorrendo, diventando sinonimi del diavolo, il male in persona. Oggi abbiamo le grandi religioni che «invadono» l'Europa, le minoranze religiose definite in modo sprezzante sette - il che convoglia un senso di sentenza già conclamata.

L'idea dei cristiani di essere i detentori della verità divina, e di considerare qualsiasi altra «realtà» come nemica e malefica, li ha portati a campagne di «evangelizzazione forzata», come ad esempio nelle Americhe, a seguito delle scoperte di Colombo, dove la spada era il mezzo di comunicazione più usato per la conversione degli «incivilizzati».

Poiché «cultura cristiana» è quasi sinonimo di «cultura europea» o «cultura occidentale», il concetto di essere «nel giusto» mentre chi non la pensa come noi è un «nemico malefico» da convertire a tutti i costi, naturalmente per la sua salvezza, pena la morte - per mano dell'uomo «giusto» oppure della divinità «giusta» oppure nel nome dell'ideologia «giusta» - è un concetto che ha fatto parte, da sempre, delle ideologie o poteri che via via si sono succeduti, incluso l'europeissimo comunismo. Siccome oggi è «pericoloso» e «démodé» prendersela con gli ebrei, che comunque hanno già avuto la loro «punizione», i nuovi nemici sono gli infedeli musulmani immigrati in Europa, le sette - «pericolosi» movimenti eretici o pseudo-religiosi, secondo l'opinione dominante -, i maghi - che sono la versione moderna di streghe e stregoni Medioevali, malvagi, truffatori sempre e comunque -, i Verdiglione, i Padre Pio, eccetera.

Come viene documentato ne I volonterosi carnefici di Hitler, l'antisemitismo e l'intolleranza nella Germania Ottocentesca, che hanno portato, poco dopo, alla realizzazione della «soluzione finale», ebbe l'imprimatur scientifico della teoria razziale. È noto che nell'Ottocento, e in particolar modo nella seconda metà del secolo, ebbe forte impulso in Germania la «scienza» psichiatrica, avallatrice della teoria razziale. È altrettanto noto che la psichiatria tedesca si adoperò alacremente nella buona riuscita dell'Olocausto, dando vita ad esperimenti «scientifici» di cura delle malattie mentali tramite lobotomia (una tecnica tuttora usata in psichiatria), ad esperimenti di genetica e ai primi studi «applicati» dell'eutanasia, che hanno portato alla morte di oltre 300.000 persone sotto i ferri dei macellai psichiatrici tedeschi. È altresì risaputo che alla fine del XIX° secolo e agli inizi del XX° alcuni luminari psichiatrici, tra cui l'italiano Cesare Lombroso, studiavano e insegnavano le teorie della «criminalità genetica», secondo la quale i criminali potevano essere riconosciuti «a priori» in base ai loro tratti somatici (si noti qui il parallelismo con gli insegnamenti del Malleus maleficarum del 1486, il manuale teorico-pratico della Santa Inquisizione). Ci sono rimasti come testimonianza i risultati degli studi del Lombroso su peni, vagine, teste squartate e incollate insieme, eccetera - si veda le Mummie del Paolo Pini, ampiamente descritte sulla stampa nazionale agli inizi degli anni 80. Negli anni '30 lo psichiatra italiano Cerletti, sulla scia degli studi «scientifici» psichiatrici e dell'antisemitismo dell'Italia fascista, inventò l'elettroshock, altra «terapia» tuttora usata, e recentemente difesa dal cristianissimo ex-Ministro alla Sanità Rosy Bindi, che è uno schiaffo a tutti i trattati sui Diritti Umani, a tutti i concetti di rispetto e di comportamento umano verso il prossimo.

Naturalmente queste «terapie» assolutamente «scientifiche» hanno l'ammirevole scopo di «aiutare», di «guarire», come lo avevano i roghi dell'Inquisizione, o com'era nell'intendimento della «soluzione finale». E queste teorie e scienze «umanitarie» che degradano e uccidono per «aiutare», nonostante sia risaputo quale sia stata la loro culla e le loro motivazioni fondamentali, vengono oggi usate nei nostri tribunali per stabilire «scientificamente» chi è buono e chi è cattivo, chi si comporta secondo i canoni del potere dominante e chi no. E vediamo psichiatri e teorie psichiatriche suggellare i vari movimenti inquisitori moderni - vedi il GRIS, l'ARIS, il CICAP, Telefono Antiplagio, per citarne alcuni -, che sono mirabilmente, e con l'avallo spesso di apparati istituzionali, in prima fila della nuova caccia agli «ebrei» moderni.

Vale la pena notare che la recentissima guerra fratricida nella ex-Iugoslavia, basata su «teorie di igiene razziale» - ancora! - è stata scatenata dalla psichiatria Iugoslava. Lo psichiatra Jovan Raskovic, fu il teorizzatore della «super-razza Serba», colui che in una intervista televisiva si assunse «la responsabilità di aver preparato questa guerra, anche se i preparativi non furono militari. Se io non avessi creato questa spinta emotiva tra i Serbi e non li avessi incoraggiati, niente di tutto questo sarebbe accaduto». «Raskovic», dice un suo collaboratore, «...usava l'elettroshock e altre terapie psichiatriche sadiche con particolare piacere nei confronti dei Croati, specie delle donne croate...». E utilizzava l'elettroshock anche sui bambini. Nel 1990 pubblicò le proprie teorie razziali nell'opuscolo Luda Zemlja (Una nazione folle) in cui asserisce che i Croati «soffrono di un complesso di castrazione e hanno paura di qualsiasi cosa: di conseguenza non conoscono sé stessi, non sanno esercitare il potere, né il comando. Hanno quindi bisogno di essere guidati». Dei musulmani invece dice che «...soffrono di una fissazione erotica anale, che è un tratto tipico delle personalità multiple (schizofrenici), e di una compulsione ad accumulare beni e denaro...». Raskovic, questo «scientifico» luminare della psichiatria, era membro dell'Accademia delle scienze della Serbia. C'è poi lo psichiatra Radovan Karadzic, messo a capo del Partito Democratico Serbo dallo stesso Raskovic. Karadzic è anche lo psichiatra che ha in terapia Slobodan Milosevic, e del quale è intimo amico [1].

Di nuovo, com'è andata lo sappiamo. Una volta saliti al potere hanno potuto dar sfogo alle loro teorie - ripetute ed insegnate da oltre due secoli - e far vedere al mondo innanzi tutto quali sono i veri problemi da risolvere - quelli razziali e delle minoranze - e come risolverli. Con buona pace dell'ONU, della dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, e di chi ci crede.


[1] Una buona lettura al riguardo è il libro di Roberto Cestari "L'inganno psichiatrico", Sensibili alle foglie Editrice, da cui sono tratti i dati su Raskovic e Karadzic.